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Dalle Ombre al Cinema
I  Feuilleton dello Schermo di Luigi Allori

Da richiedersi in contrassegno inviando una Email a:  zorro.zona9@libero.it
Karagöz, un antenato del cinema. Il Teatro delle Ombre turche

pagine:120
68 illustrazioni in b/n e 15 a colori
data: Maggio 2000



"Credevamo di fare una breve vacanza in Turchia
e abbiamo fatto i
l giro del mondo"
(Roberto Casalini)

[...]Il cinema e le ombre. Prima che, oltre un secolo fa, gli spettatori fossero turbati ed eccitati dall'uscita dalle fabbriche Lumiere e L'arrivo di un treno nella stazione di La Ciotat, le due pellicole di 50 secondi che tra il 1895 e il 1896 diedero avvio alla nuova arte, c'erano, silenziose antenate, le Ombre. [...] Al Teatro Delle Ombre Turche, forse l'antenato più affascinante e meno conosciuto del cinema, il Karagõz, è dedicato il libro vivace e curioso, puntiglioso e informatissimo di Luigi Allori. Gran bella scoperta, il Karagöz. Per la ricchezza dell'apparato scenico e la perfezione degli "attori", marionette ritagliate da pelli di animali dipinte a colori rilucenti e con le varie parti del corpo articolate da asticelle di bambù. Per la sapienza necessaria ai burattinai, veri e propri antenati dell'odierno regista, per mandarle e tenerle in scena. Per il corposo fascino dei canovacci offerti allo spettatore, che danno vita a "uno spettacolo nazional-popolare, realistico e con forti venature comiche, grottesche o licenziose". E per la trascinante vivacità del suo peronaggio-chiave, il popolano Karagöz, ignorante e geniale al tempo stesso, che non ha niente da invidiare al nostro Bertoldo. Ma questo libro, in realtà è molto di più. Come tutto coloro che, alla resa dei conti, mantengono più di quanto non promettano, l'Autore non si limita a far rivivere lo spettacolo turco, ma ci informa con gusto dei suoi avi, parenti e discendenti. [...] Credevamo di fare una breve vacanza in Turchia, e abbiamo fatto il giro del mondo, divertendoci.

Roberto Casalini
 
Karaghiozis, l'erede del Karagöz turco. Il Teatro delle Ombre greche

pagine:160
113 illustrazioni in b/n e 23 a colori
data: Dicembre 2004




Eversore e al tempo stesso opportunista, 
 il re degli sfigati è il simbolo della cultura popolare greca 

Comincia il secolo XIX e la "nave delle risate" lascia l'Asia Minore,attraversa il Mar Egeo e approda alle coste della Grecia, dove i naviganti sbarcano portandovi le loro  storie e le loro avventure. E il protagonista del Teatro delle Ombre Turche, Karagoz, diventa Karaghiozis... Nasce così l'epopea delle Ombre Greche. E nasce cosi' anche una nuova avventura di Luigi Allori. Dopo aver raccontato la storia dei fratelli Lumiere, di Georges Melies e della lanterna magica ed essersi cimentato con le Ombre turche, eccolo all'opera con questo 'Teatro delle Ombre greche'. Il protagonista resta, sia in Turchia che in Grecia, un popolano poverissimo, quasi un Pulcinella senza maschera. Traduce il suo nome in greco (il significato resta lo stesso: occhi neri), mantenendo la stessa radice fonetica, ma cambiano gli abiti e l'aspetto, lascia i fini tratti anatolici per assumere caratteristiche somatiche diverse. È tracagnotto, col naso camuso, ha perennemente fame e appetiti sessuali insaziabili, ma è perseguitato da una sfortuna perenne. Karaghiozis si radica ben presto nella cultura popolare ellenica. Incarna il perfetto rappresentante dei milioni di contadini greci, ignorante e opportunista, costretto a vivere nell'ignavia e nell'invidia, ma all'occorrenza geniale.
                  
Francesco Brancati
La Magica Lanterna. Candele, lenti e vetrini colorati

pagine: 180
44 illustrazioni in b/n e 32 a colori
data: Novembre 2003




La storia della scatola da proiezione
che anticipò il mistero del cinema

In questo libro nessuno dei fatti narrati, degli ambienti descritti e dei
personaggi  presentati è inventato. Tutto corrisponde sostanzialmente alla verità. Eppure la storia della lanterna magica, la madre naturale del cinematografo, si presta anche a una lettura romanzesca. C'è prima di tutto il mistero della sua nascita. L'ha inventata  Kircher, l'enciclopedico gesuita tedesco, per spaventare meglio gli infedeli con trucide immagini delle anime dannate? Oppure l'ha messa a punto Huygens, il geniale scienziato olandese, ma solo per far contento il padre dalle ossessive passioni visionarie? Poi c'è da capire la vera personalità di questo versatile proiettore. È uno strumento di predicazione religiosa o un sussidio didattico per bambini? Un mezzo di divulgazione scientifica o un veicolo di spettacoli? Oppure è tutto questo assieme? Infine c¹è la sua eredità: nientemeno che il Cinematografo! Ha scritto Roberto Casalini: "Nel corso della sua colta e godibilissima trattazione  sulla lanterna magica, come un fiume in piena, Luigi Allori trascina dietro di sé ricordi, sensazioni e riflessioni di due millenni: dall'ottica di Aristotele a Galileo, dallo stupore quasi infantile di Einstein di fronte al prodigioso apparecchio alla dissimulazione onesta degli scienziati che dovevano conciliare libertà interiore e fede. Uno spettacolo nello
spettacolo, che non mancherà di incantare i suoi raffinari lettori. "


I Precursori del Cinema
                   
 pagine: 192
 52 illustrazioni in b/n 
 data:  Dicembre 2005




 Plateau, Reynaud, Muybridge, Marey, Le Prince
 vite travolte da straordinarie invenzioni

Come è possibile che immagini distinte, proiettate in sequenza, appaiano ai nostri occhi come  la descrizione precisa di un movimento? Per approfondire questo fenomeno detto "della persistenza retinica", il fisico belga Joseph  Plateau negli anni intorno al 1830 diventa cieco dopo essersi costretto per  troppo tempo a fissare il sole, ma inventa il "fenachistoscopio" uno dei primi strumenti capaci di animare le immagini fisse. Sono i primi passi della corsa verso il Cinematografo, che prima di approdare alla macchina dei fratelli Lumiere animerà decine di appassionati, fisici, disegnatori, fotografi, fisiologi lungo tutto l'arco dell'Ottocento. Allori racconta appunto le vicende di Plateau, ma anche quelle di Emile Reynaud, il padre dei cartoni animati, l'unico che riuscì a disegnare il movimento con una lanterna, più magica che mai, che chiamò "prassinoscopio". E poi le avventure di Eadweard Muybridge, l'inglese che riuscì a scomporre in fotogrammi il movimento degli esseri viventi e dimostrò che i cavalli lanciati al galoppo "volano" per un attimo con tutte e quattro le zampe sollevate da terra e atterrano su di una soltanto. E che dire di Jules Marey, che un giorno di marzo del 1882 stupì i pescatori di Posillipo, mentre, imbracciando quello che a prima vista somigliava a un fucile, cercava di fissare su delle lastre il movimento dei gabbiani. Queste meravigliose invenzioni si intrecciano con le vicende personali dei protagonisti, i quali dietro ai loro studi si dannano, perdono il sonno e qualche volta la vita, come accade ad Augustin Le Prince che brevetta la Camera a 16 obiettivi e misteriosamente scompare durante un viaggio in treno fra Digione e Parigi, forse assassinato da inventori concorrenti.

                  
Francesco Brancati
La storia di Lumière, un uomo chiamato Elefante Bianco

pagine: 128
50 illustrazioni in b/n 
data: Novembre 1995




Come in un romanzo, nasce la settima arte:
"L'impressione e' proprio di esserci" (Walter Veltroni)

L'impressione è di esserci, come succede proprio a chi segue una storia al cinema. Di essere presenti quella notte del 1894, durante la quale il genio di Louis Lumière, in preda alla sua solita emicrania stimolatrice, combinò ... la macchina per cucire con quella per far rivivere la vita sullo schermo: perchè è questo che è proprio avvenuto; leggere questo libro per creder. Di partecipare ai pazienti ed esaltanti momenti tecnici in cui Louis e il fratello Auguste costruirono il prototipo del marchingegno, che avrebbe fatto ridere e piangere cent'anni di spettatori. Di assistere a quelle proiezioni di "anteprima per addetti ai lavori" quando l'inventore di Lione presentò la sua creazione al mondo delle arti e delle scienze, suscitando sorpresa, ammirazione e invidia. Di essere nella platea del parigino Salon Indien, assieme alle poche decine di persone che il 28 dicembre di cento anni fa inaugurarono lo spettacolo cinematografico, scansando un immaginario treno che correva verso di loro dallo schermo, uscendo dall'officina assieme alle operaie e agli impiegati dei Lumière, innaffiando ed essendo innaffiati dall'innaffiatore beffato... L'impressione, leggendo questo libro, è insomma di esserci stati davvero a festeggiare il battesimo del cinematografo. Per un cinefilo, come me e voi, non è poco.


Walter Veltroni
Il Mago del Cinema. L'uomo che inventò gli effetti speciali

pagine: 180
80 illustrazioni in b/n e 8 a colori
data: Dicembre 2001



La vita romanzo di Georges Méliès l'illusionista parigino: 
"questo bel libro aiuta a conoscere la fantistica esistenza di Georges Méliès" 
(Giuseppe Tornatore)

Spero proprio che questo bel libro di Luigi Allori aiuti il grande pubblico dei non addetti ai lavori a conoscere l'avventurosa e fantastica esistenza di Georges Méliès, la figura più originale e intigrante del pionierismo della settima arte, noto soprattutto per aver inventato i primi mirabolanti trucchi dello spettacolo cinematografico. In realtà Méliès non è stato semplicemente il padre degli effetti speciali e dei film di fantascienza ma il primo uomo ad aver intuito tutte le potenzialità tecniche ed espressive che il linguaggio delle immagini in movimento avrebbe rivelato nel corso del secolo successivo alla sua  nascita. Non solo il mago Méliès percepì l'essenza del mezzo cinematografico a tal punto da riuscire a reinventarselo usando gli ingranaggi dei macchinari del calzaturificio paterno dopo il rifiuto dei Lumière a cedergli il prezioso proiettore/cinepresa che a loro volta avevano perfezionato ispirandosi al funzionamento della macchina da cucire, ma fu anche il precursore del cinema sonoro, del cinema a colori, del cinema ispirato alla letteratura, del cinema politico, del film western, del cinema porno. Fu persino l'inventore di ciò che possiamo chiamare impropriamente la prima ingegnosa e rocambolesca "diretta televisiva" del mondo, oltreché il primo cineasta europeo ad aver sfidato l¹industria cinematografica americana, perdendo ovviamente la partita, e persino il promotore del passo standard della pellicola 35 mm con quattro buchi di perforazione a fotogramma che ancora oggi si usa in tutto il mondo e la cui adozione, appunto, fu accettata da un congresso internazionale di produttori di cinema su suggerimento di Méliès, che aveva già individuato il tallone d'Achille dell'arte cinematografica nella debolezza del suo sistema distributivo. Conoscendo la vita e le opere di Méliès il lettore avrà insomma la sensazione che la cinematografia di questi ultimi ottant¹anni non abbia fatto altro in fondo che perfezionare con l'aiuto della tecnologia tutto ciò che il re degli effetti speciali aveva già sperimentato avventurosamente all'inizio del novecento. Che poi questo straordinario personaggio abbia finito la sua parabola esistenziale vendendo caramelle e giocattoli a Montparnasse è solo un tocco d'amara ironia o, se si vuole, uno dei suoi sorprendenti trucchi, quasi una sua stessa invenzione di sceneggiatura per un finale degno del più grande feuilleton.

Giuseppe Tornatore 
Lo Shakespeare del Cinema

 pagine: 256
 49 illustrazioni in b/n 
 data: Novembre 2006




 David Wark Griffith,

 l'inventore del linguagio filmico

Cinema a montaggio continuo: campo lungo, primo piano, cambiamenti repentini 
delle angolazioni per catturare l'attenzione dello spettatore, tenerlo sulla corda, catapultarlo nell' azione scenica, farlo tuffare nell'anima dei protagonisti.  Andare al cinema non sarà più come prima, dopo aver letto la vita romanzata di David Wark Griffith in questo ultimo libro di Luigi Allori. Perché questo personaggio, vissuto in America tra il 1875 e il 1948, è quello che per primo supera la pura trasposizione su pellicola di un evento costruito sulla scena e ripreso con camera fissa. È
quello che "inventa" il montaggio di riprese fatte da punti di vista diversi. Quello che per la prima volta, generando grande scandalo, riprende 'personaggi senza gambe' (piano americano) oppure ritrae solo il volto di una persona, quasi fosse - dicono i suoi ottusi detrattori - "un San Giovanni decollato". Allori raccoglie una miriade di informazioni sul personaggio Griffith, sul suo approdo a Hollywood e della sua vita fa un romanzo, narrandone vizi e virtù, l'ambiente che a New York lo vede cercare inutilmente di far breccia nel mondo dei suoi sogni: il teatro di Broadway. Per poi approdare al cinema solo per necessità economiche. Il pensiero griffithiano emerge, in un capitolo centrale, durante una chiacchierata con l'attore Mack Sennett: se lei vuole fare il regista, gli dice Griffith, faccia ''rivivere i messaggi e le suggestioni della messinscena negli occhi degli spettatori, rendendo dinamica e drammatica l'azione con il cambio continuo e il montaggio delle inquadrature, esplorando la scena in tutti i suoi aspetti plastici, estraendo dal cuore e dalla mente degli attori le emozioni, i sentimenti e i pensieri...''.
                  
Francesco Brancati
Sua Maestà Eisenstein, lo zar del montaggio cinemaografico

 pagine: 318
 85 illustrazioni in b/n 
 data: Novembre 2007





 Questo Eisenstein e' un genio pazzesco!

Mi è capitato di seguire Luigi Allori nelle sue ripetute escursioni
attraverso le catacombe del pre-cinema e di scortarlo nella rievocazione degli illustri padri fondatori: i fratelli Lumière, Méliès, Griffith. Ricostruzioni rigorose e attendibili sotto il profilo storiografico, agili e appassionanti come romanzi nell¹impianto vivace e arioso. Stavolta tocca a Serghiej Mihailovic Eisenstein, padre nobile del cinema sovietico, massimo teorico dell¹arte del montaggio. Nel corso della narrazione, le delizie filmiche non vi mancheranno: apprenderete nozioni quasi esoteriche come il "montaggio sovratonale", vi imbatterete in deliziosi aneddoti (il telegramma perfido con cui, subito dopo la presa del Palazzo d'Inverno, il futuro tycoon hollywoodiano David O. Selznick, ex profugo ucraino maltrattato dalla polizia russa prima di espatriare, offre allo zar di assumerlo come attore). Scoprirete che il grande compositore Dmitri Shostakovic era giudicato inaffidabile come sonorizzatore dei film muti perché, quando gli toccava di accompagnare delle comiche, scordava i tasti del pianoforte per sbellicarsi dal ridere.Ma soprattutto scoprirete lui, Eisenstein. Genio e "clown amletico", intellettuale e artista appassionato e uomo assai irrisolto e problematico. Con alle spalle una vicenda familiare degna di un romanzo di Dickens (era nato a Riga nel 1898 da un padre ingegnere attento soltanto al proprio lavoro e da una madre vanesia e distratta). Al suo arrivo a Mosca, agli albori del suo tirocinio artistico, Allori lo descrive "praticamente orfano, vergine a oltranza, ateo per delusione religiosa, clown ad honorem, quasi architetto e aspirante scenografo". Dopo il tirocinio teatrale, arriveranno i capolavori, da "Sciopero" (1924) all'incompiuto  "Ivan il Terribile". In mezzo ci sta l'esperienza americana che produsse un altro film incompiuto ("Lampi sul Messico"). E ci stanno altri capolavori, da "Alexander Nevsky" con le musiche indimenticabili di Prokofiev al fulgido "La corazzata Potemkin", citatissimo da mezzo cinema mondiale e passato (da noi) alla storia soltanto per la battutaccia di Paolo Villaggio. Voi provate a rivederlo, senza costrizioni da cineclub. Vi accorgerete, se siete onesti, che la Rivoluzione d¹Ottobre ha prodotto una dittatura funesta e alcuni geni. E che la pseudo-rivoluzione italiana, dai "mitici" anni Sessanta all'altrettanto "mitico" Sessantotto, ha prodotto slogan sempliciotti e un manipolo di cantautori, comici e vignettisti. Col senno di poi, meglio Eisenstein del ragionier Ugo.

                  
Roberto Casalini
Ombre d'Oriente 

  pagine: 180
  56 illustrazioni in b/n e 38 a colori
  data: Novembre 2008





  Il Teatro dei Burattini di cuoio in India, Indonsesia, Thailandia e Cina

Il lavoro di Luigi Allori è interessantissimo perché è andato da vero semiotico a ripescare e a portare sotto l'occhio dello studioso tre codici di espressione narrativa considerati minori soprattutto in occidente che esprimono storie attraverso il gioco delle Ombre, quelle turche, greche e d’oriente (cinesi, indiane, thailandesi e indonesiane). Perché leggere questi libri? Perché si viene a scoprire un modo di costruire e raccontare storie apparentemente molto semplice nella tecnologia, ma molto raffinato, molto complesso e moderno nella costruzione narratoria. E infatti fiction, telenovelas e film, generi espressivi che oggi dominano l'immaginario collettivo, sono figli, nipoti o pronipoti di quelle antiche ma ancora esistenti forme di comunicazione orale. Possiamo quindi, andando a ritroso nel tempo, ricostruire l'evoluzione del cinema e della televisione trovando le loro radici addirittura in culture antichissime come quella indiana, cinese e in generale nelle culture orientali. L'interesse scientifico è un modo per capire la potenza degli attuali mezzi di comunicazione rivelandone l'archeologia e in qualche modo anche l'evoluzione. Una cosa davvero affascinante. Un'altra ragione per leggere i libri di Luigi è la seguente. Luigi è un grande. Racconta delle metastorie, cioè storie che servono per spiegare i linguaggi che raccontano storie, si può definire uno scrittore metanarrativo, racconta storie su come altri hanno costruito delle storie. Però il taglio, la freschezza e anche la capacità linguistica è molto più quella dello scrittore a base letteraria che quella del semplice divulgatore. È un narratore che fa divulgazione, quindi attraverso la narrazione romanzata e la tecnica del romanzo ci porta a fare un percorso di decodifica. Luigi Allori con straordinaria competenza va a scavare in territori che in realtà sono, almeno per il mercato culturale italiano, ancora inesplorati. Il suo lavoro ci consente di portare alla luce parte della nostra memoria.

Alessandro Amadori
Il Genio del Cinema 
 
 pagine: 400
 72 illustrazioni in b/n
 data: Novembre 2009




 Orson Welles, da bambino prodigio a maestro del linguaggio filmico

C’è un’espressione che gli americani adoperano per le personalità straripanti, multiformi, geniali: “Larger than life”, più vasto della vita. Ecco, Orson Welles è stato, e questa vivacissima biografia-ritratto di Luigi Allori ne dà conto con brillante esattezza di dettagli, “larger than life”. Del resto, definire Orson Welles soltanto regista è ridurre il suo genio proteiforme. Perché l’enfant prodige di Kenosha, Wisconsin, dove era nato nel 1915 da padre industriale inventore e viveur e madre artista e suffragetta e dove recitava e suonava il pianoforte a tre-quattro anni, fu molte altre cose, e uno dei non secondari motivi di fascino di questo volume risiede nel farcele scoprire. Il teatro, prima di tutto, e poi il cinema. Welles, sulle scene da quando aveva sedici anni, fu attore magnetico, regista inventivo, straripante scenografo e adattatore di testi, grande cultore di Shakespeare. Fu poi anche attore e regista radiofonico (la messa in onda della “Guerra dei mondi “ di H. G. Wells che nel 1938 gettò nel panico milioni di americani convinti di trovarsi di fronte a un’invasione marziana). E inoltre scrittore, pittore, entertainer televisivo, produttore, giornalista, giramondo, documentarista, prestidigitatore e “mago” (questo tema dell’illusionismo come fonte d’ispirazione per il cinema attraversa tutti i libri di Allori, dalle lanterne magiche a Méliès), pantagruelico gourmet, incostante seduttore. Fu strepitoso attore di cinema, soprattutto per “ragioni alimentari” (69 pellicole girate, dal “Il terzo uomo” alla “Ricotta” di Pasolini ma spaghetti-western come “Tepepa”).Il regista, ovvio, occupa il primo piano. Con i suoi capolavori (bellissimo è il capitolo che Allori dedica a “Quarto potere”: e chi ritiene che questioni tecniche come la profondità di campo e il piano-sequenza siano aride avrà modo di ricredersi), con le battaglie di una vita contro la grettezza dell’industria, con il suo magistero sul filo del rasoio tra invenzione pura e dissipazione. Il libro regala inoltre squarci vividi sulla Hollywood dello star system, sull’America del New Deal (l’amicizia del regista con Roosevelt) e sul soggiorno italiano (degno di nota, in particolare, l’incontro romano con Togliatti).

Roberto Casalini

Da Charlot a Toto'

gag
 pagine: 348
 92 illustrazioni in b/n
 data: Novembre 2010



La storia delle gags cinematografiche ovvero l’invenzione della comica finale
passando attraverso Max Linder, Mack Sennett,  Ridolini, Buster Keaton, Harold Lloyd, Harry Langdon,
Stanlio e Ollio, i fratelli Marx, Woody Allen, Jacques Tati


Nel 1916, la Mutual Film Corporation fa a Charlie Chaplin, prima star consacrata fra gli attori comici, la classica “offerta che non si può rifiutare”: 670 mila dollari l’anno per una comica al mese, più un premio di 150mila dollari alla firma del contratto. “È una cifra mirabolante, la più alta mai pagata a un essere vivente per il proprio lavoro. Pensate! 670 mila l’anno, 12.884 la settimana, 1.840 al giorno, 76,70 all’ora, 1,27 al minuto...”. Chi conosce Luigi Allori, chi ha già letto i suoi libri informatissimi sul pre-cinema e sui teatri delle ombre, chi ha assaporato le biografie che ha dedicato ai padri fondatori della settima arte, dai Lumière a Orson Welles, non si stupisce: si aspetta un fuoco di fila di aneddoti, rivelazioni, dettagli anche minuziosi. E anche stavolta Allori non delude le attese. Nel caso della  favolosa paga di Chaplin arriva a trovare persino il commento dell’epoca. Quello del giornalista Terry Ramsaye: “Dopo la guerra in Europa, Chaplin è la voce di spesa al mondo più costosa. Se gli servisse un nichelino per il tram ci metterebbe solo due secondi per guadagnarlo. Il signor Chaplin compirà 27 anni il 16 aprile. Per la sua età non può davvero lamentarsi del proprio successo nella vita”.
Charlie Chaplin è dunque uno dei grandi eroi del nuovo “Feuilleton del grande schermo” di Luigi Allori. Definizione bella ed esatta, quella che Allori ha scelto per la sua collana. Perché la passione del cinefilo si fa, libro dopo libro, racconto fluviale, ricco di trovate e colpi di scena, eroi ed eroine, peripezie e audaci imprese, rovesci di fortuna e lampi di genio. È un lampo di genio per esempio quello che, nel 1914, consente sempre a Chaplin, pur costretto a seguire i canoni della comicità grezza del suo produttore Mack Sennett, di inventarsi il personaggio di Charlie The Tramp, Charlot per le nostre orecchie italiane. Succede tutto per caso. A Sennett serve un personaggio fuori dagli schemi, che faccia ripartire un suo film dal binario morto in cui è andato ad arenarsi. A Chaplin basta frugare nel guardaroba per inventarsi una maschera immortale: un paio di pantaloni enormi e sformati (quelli di Fatty Arbuckle, campione ambidestro nel lancio di torte in faccia), un’attillatissima giacchetta nera, una bombetta di parecchie taglie inferiore alla sua testa, un paio di scarpe lunghissime calzate al contrario, una cravatta a farfalla, un bastone da passeggio in bambù e un paio di baffetti a spazzolino e voilà, signori, il gioco è fatto. Questo nuovo feuilleton di Allori è dedicato alle gag, quei lampi di assurdità, verbali o visivi, ma sempre “sorprendenti e provocatori”, che squarciano il velo della normalità - “di ogni ragionevole aspettativa”, scrive Allori - inducendoci alla risata. Dire gag significa dire cinema muto. E in quest’ampia e festosa carrellata, si parte da lontano (dal vaudeville e dal burlesque, dai teatri delle ombre e dalle lanterne magiche) per arrivare a tratteggiare la storia del cinema comico muto. E dei suoi eroi: da Cretinetti a Ridolini, da Max Linder a Mack Sennett, il ragazzone canadese che trasforma l’artigianato della risata in un’industria, meglio ancora in una “catena di montaggio” della comicità. È infatti proprio da Mack che, nel 1913, Mabel Normand inventa la più immortale delle gag comiche: la torta in faccia (scrupoloso e divertito, Allori racconta qualche capitolo dopo anche i segreti dell’impasto, perché ci sono torte diverse per le bionde e per le brunette). E, dopo Sennett, ecco Chaplin; il “ragazzo con gli occhiali” Harold Lloyd; Harry Langdon, che prende a sassate un tornado; Buster Keaton “faccia di pietra”, Stanlio e Ollio: una sfilata dei “re della risata” che arriva fino a Woody Allen e a Mel Brooks e, per spingersi dalle nostre parti, fino a Jacques Tati e a Totò. Senza dimenticarsi degli straordinari fratelli Marx.  Qual’è la vostra gag preferita? La mia è quella di Harpo Marx che, in “Amore sui tetti”, sta appoggiato a un muro. Passa un poliziotto e gli chiede: “Che fai, stai puntellando la casa?” Harpo si scosta, senza dire una parola, e la casa crolla. Applausi ad Harpo, applausi a Luigi.

Roberto Casalini

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